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Un esame del sangue per prevedere il rischio di sviluppare malattie croniche. Unibs coinvolta nello studio pubblicato su Nature Medicine

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La Prof.ssa Marengoni

Vivere con diverse malattie croniche contemporaneamente, condizione nota come multimorbilità, è comune tra le persone anziane e ha un impatto notevole sia sulla qualità di vita dell’individuo sia sui costi per i servizi sanitari. Il team di ricerca della Prof.ssa Alessandra Marengoni, Ordinaria di Geriatria del Dipartimento di Scienze Cliniche e Sperimentali dell’Università di Brescia, è coinvolto nel progetto “Shared and specific blood biomarkers for multimorbidity”. Pubblicato su Nature Medicine e coordinato dall’Aging Research Center del Karolinska Institutet, lo studio ha identificato un limitato numero di biomarcatori del sangue in grado di prevedere il rischio di multimorbilità.

La ricerca ha coinvolto oltre 2.200 persone con più di 60 anni residenti a Stoccolma. I ricercatori hanno valutato 54 biomarcatori ematici dei partecipanti, indicativi di diversi processi biologici come infiammazione, danno vascolare, metabolismo e neurodegenerazione. Successivamente hanno analizzato la correlazione tra questi biomarcatori e tre misure di multimorbilità: il numero complessivo di patologie, cinque specifiche combinazioni di malattie e la velocità di accumulo delle patologie nell’arco di 15 anni.

Alcuni biomarcatori del sangue, in particolare quelli legati al metabolismo, hanno mostrato una forte associazione sia con particolari combinazioni di patologie, sia con la rapidità di comparsa di nuove malattie. In totale, 7 biomarcatori si sono rivelati particolarmente significativi. Cinque di questi – GDF-15, HbA1c, Cistatina C, leptina e insulina – sono risultati costantemente correlati a tutte le misure di multimorbilità analizzate. Altri due – gamma-glutamil transferasi e albumina – sono risultati specificamente collegati alla velocità di progressione delle malattie nel tempo. I risultati sono stati confermati anche in una coorte indipendente composta da 522 individui negli Stati Uniti.

«Questo importante studio, pubblicato su una delle più autorevoli riviste scientifiche internazionali, conferma l’importanza per la nostra Università di investire in collaborazioni internazionali di alto livello e testimonia l’eccellenza della ricerca Unibs e la capacità delle nostre ricercatrici e dei nostri ricercatori di contribuire in modo significativo alle grandi sfide della salute globale – dichiara la prof.ssa Renata Mansini, Delegata alla Ricerca dell’Università di Brescia -. L’identificazione di biomarcatori predittivi, infatti, apre nuove prospettive per la prevenzione e la personalizzazione degli interventi clinici, con ricadute concrete sulla salute dei cittadini».

«Quando ho iniziato a studiare la multimorbilità e le diverse combinazioni di malattie croniche più di venti anni fa durante il mio dottorato di ricerca presso il Karolinska Institutet non avrei mai immaginato che la ricerca epidemiologica che avevo intrapreso si sarebbe ampliata allo studio di biomarcatori e sviluppo di multimorbilità grazie all’intuizione e agli studi trasversali dei ricercatori del Karolinska Institutet. I risultati di questo e studi futuri in collaborazione con il Karolinska offrono all’Università di Brescia la possibilità di esplorare campi della geroscienza di estremo interesse per ricercatori e cittadini» - afferma la Prof.ssa Marengoni.

«Il nostro studio suggerisce che alterazioni nel metabolismo, nelle risposte allo stress e nella regolazione dell’energia siano tra i principali fattori che determinano la multimorbilità negli anziani. Ciò apre la possibilità di utilizzare semplici esami del sangue per identificare gli individui ad alto rischio, consentendo interventi precoci in futuro» - commenta il Prof. Davide Liborio Vetrano, Professore Associato presso il Karolinska Institutet e senior author dello studio.

I ricercatori stanno ora pianificando di monitorare come questi biomarcatori del sangue cambino nel tempo e di studiare se modifiche dello stile di vita o trattamenti farmacologici possano influire sul processo patologico.

Lo studio ha visto la collaborazione anche dei ricercatori del Royal Institute of Technology e di SciLifeLab in Svezia, dell’Università di Milano-Bicocca e del National Institute on Aging negli Stati Uniti.

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